Intervista a Marco Apicella

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Intervista a Marco Apicella

Prima a Roma, poi a Rotterdam, ora in California: il giovane pianista jazz Marco Apicella è già arrivato lontano. In senso geografico, ma anche musicale: nel primo anno di attività il Marco Apicella Trio ha suonato in venue storiche e teatri prestigiosi come Jazzcafè Dizzy, De Doelen, The Maas Theater e Stadsgehoorzaal e al North Sea Jazz Festival 2017, considerato uno dei più importanti eventi jazz in Europa. Di strada, siamo certi, ne percorrerà ancora tanta.

Ci presenti il Marco Apicella Trio?

Il trio è composto da me al piano, Dario Giacovelli al basso e Matteo Bultrini alla batteria. Questa è la versione italiana del mio trio, in realtà però Marco Apicella Trio è nato in Olanda. Lì suono con Elvis Homan e Johannes Fend.

Come vi siete conosciuti?

Ci siamo conosciuti al Saint Louis College of Music, una scuola di musica moderna a Roma, e abbiamo iniziato a suonare insieme. Poi abbiamo preso percorsi diversi e ora ci siamo rincontrati.

Leggo sulla vostra presentazione in Facebook: “The music of the trio, mainly composed by pianist Marco Apicella, is a peculiar combination of traditional and modern jazz”. In cosa consiste la vostra peculiarità?

Direi che siamo bravi nel mischiare elementi di musica jazz tradizionale ed influenze moderne, comprese musica di altri generi come pop, rock e funky. Queste viene rispecchiato soprattutto nelle mie composizioni.

La tua formazione musicale si è svolta in parte in Italia in parte all’estero?

Sì, in Italia ho studiato come pianista classico al Conservatorio di Roma e ho frequentato i corsi del Saint Louis. All’estero ho preso un bachelor di musica jazz, che è l’equivalente della laurea triennale italiana, a Rotterdam. Attualmente sto studiando per un master alla University of Southern California, finirò l’anno prossimo.

Hai trovato delle differenze significative tra l’insegnamento della musica in Italia e l’insegnamento della musica all’estero?

Sì, sicuramente. In Italia il sistema di insegnamento è a tratti migliore di quello estero, soprattutto per quanto riguarda la preparazione tecnica dei musicisti, tecnica e teorica. All’estero però c’è un livello di insegnamento più alto per quanto riguarda performance e stile. Parlo soprattutto del jazz che è nato in America, si nota nell’insegnamento una maggiore enfasi nella parte pratica.

Perché hai scelto Rotterdam come prima esperienza di studio della musica all’estero?

Rotterdam è una capitale jazz, e in generale il nord Europa è the place to be se vuoi essere un musicista jazz in Europa. In città come Londra, Berlino, Amsterdam, Rotterdam la scena musicale è varia e di livello molto alto, le scuole e le infrastrutture sono migliore delle nostre. Volevo fare un triennio di jazz
all’estero e Rotterdam sera mi è sembrata la cosa migliore per me.

Da Rotterdam ti sei trasferito in California. Quali nuovi stimoli musicali ti ha portato questo cambio?

Mi sono affacciato alla musica elettronica e al pop in generale. Los Angeles è la capitale dell’industria musicale e ti porta a contatto con varie realtà. Sto cambiando il mio stile grazie a queste nuove influenze.

Il prossimo 24 giugno il Marco Apicella Trio suonerà alla Cantina Arnaldo Caprai di Montefalco. E’ il vostro primo concerto in Italia?

Il secondo in Italia, il primo è stato il 5 giugno a Roma.

Hai trovato delle differenze significative tra il pubblico italiano e il pubblico all’estero?

Devo dire di no, in quest’occasione il pubblico è stato molto attento e c’è stata una buona risposta.

Suonerete in un contesto suggestivo e particolare, su un palco tra le vigne. Vi è già capitato di suonare in location insolite?

Oddio… sicuramente sì ma ora non mi vengono in mente! Il posto più insolito in cui ho suonato è un centro sociale abbandonato in Olanda. Un posto molto suggestivo invece è la Terrazza del Gianicolo, con una vista meravigliosa su tutta Roma.

Proporre musica jazz in contesti inusuali secondo te può avvicinare più persone a questo tipo di musica? Molte persone considerano il jazz un genere difficile, “da intenditori”…

Sì, penso di sì. Penso che accostare elementi che conosciamo bene, come il cibo o il vino, ad altri che non conosciamo possa aiutare a conoscere, capire le differenze tra culture ed apprezzarle.

Quindi musica jazz e vino è un matrimonio che funziona?

Assolutamente, da sempre. Jazz e alcol sono stati sempre legati, quindi perché no?

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